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Gen 07

Durante le feste, estive e invernali che siano “U’ SIMINZARU” è protagonista dello street food !

Nella gastronomia rituale e di strada non manca mai con la sua bancarella, U SIMINZARU, ad onorare le grandi kermesse di festeggiamenti di Santi e Patroni, come non disdegna tutti quei avvenimenti civili che la società moderna a confezionato per l’aggregazione comune (tipo stadio, concerti ecc.).

La sua apoteosi è raggiunta con la presenza immancabile nel tradizionale trionfo che si organizza in occasione del Festino dove una copiosa presenza di palermitani si rivolgo a lui per poter “ammazzari u’Tempu” in attesa dei tramandati “buotti” (fuochi d’artificio) che con la testa in su verso il cielo e con la mano sinistra occupata da un “cartuoccu” di “calia e simienza” ossia “scacciu” (da schiacciare) come comunemente viene chiamata, che con la mano destra stretto tra l’indice e pollice sta un seme che con molta spontaneità sarà chiuso tra i denti che con un semplicissimo gesto farà uscire il suo contenuto e il suo involucro comunemente buttato a terra, lasciato a testimonianza della sua copiosa presenza.

All’occasione si consumano quintali di “calia e simienza” che sicuramente sarà accompagnata da una bella bevuta di vino o birra.

Sparsi con la loro bancarella ambulante tra la gente astante, i più organizzati occupano in pianta stabile momentanea, il Foro Italico, tra il marciapiede dove è presente palchetto della musica e l’incrocio con la via Lincoln.

La loro coloratissima bancarella, si fa per dire, esce da ogni schema comune, un grande apparato di tralicci, preparati in tempo utile, viene ricoperto scenograficamente da pannelli istoriati come quelli dei carretti con scene dei “Paladini di Francia” attorniati dai classici ornati dei principali sei colori senza gradazioni intermedie, senza chiaro scuro: rosso, giallo chiaro dorato e splendente per preparare il fondo, bianco, turchino, verde e nero.

In prevalenza domina il rosso e poi il turchino, il bianco e il verde, cosparse con tecnica ordinaria senza modellazione di sorta e solo qualche volta sottilmente filettate di nero che racchiudono le figurazioni.

Viene a formare una alta quinta (un proscenio) che ai piedi ospiterà il bancone vero e proprio dove scompartite e ammucchiate sono esposti i prodotti.

Impreziosirà il tutto la presenza di Bandierine tricolori, orifiamma, frange, cartoncini, festoni di carta d’ogni colore e stagnola luccicante, e ovunque, immancabile, troneggia l’effige iconografica della Santa nelle diverse immagini, ma non si disdegnano altri personaggi come: Napoleone a cavallo, Garibaldi o evocare scene dell’impresa garibaldina, o altri ancora secondo la fantasia del pittore, altri Santi partecipano a questa esposizione come: la Madonna del lume, Santa Rita e tanti altri ancora secondo la devozione del committente.

Immancabile la “calia” o ceci tostati, secondo la consuetudine palermitana, simienza con le sue varianti: con sale e senza o poco, come la preferiscono i clienti, noccioline americane (arachidi), nocciole tostate (nucciddi atturrati), pistacchi secchi e salati, castagne secche (cruzziteddi), carrube secche, favi atturrati (fave tostate) e i lupini tenuti a bagno nell’acqua salata in un recipiente di rame (quarara).

A rischiarare l’artistica bancarella il più delle volte e per la sera ci pensano le luci delle lampadine multicolori delle luminarie.
Tra la merce esposta “ à munzzieddi” come se fossero delle piramidi, spicca luccicante, come un fiore all’occhiello  la rudimentale “balanza” una bilancia con i piatti d’ottone lucidati al Sidol, che con un tocco magico peserà la merce richiesta.

Fino agli anni settanta la magnificenza di un “siminzaru” che organizzava la sua baracca era quella di “Santu ù miricanu” con un apparato da fare paura, tanto che i suoi colleghi per non sfigurare al suo cospetto si tenevano alla larga senza “armare” accanto a lui.

Oggi alcune baracche di questo genere sono ancora sontuose, ma la loro presenza si è limitata, anche perché, i “posti” in gergo, sono rari ad occuparsi.

Ogni anno in occasione del “Festino” in cui viene organizzato una specie di concorso che premia la migliore bancarella, l’unico ad predisporsi per quanto riguarda la bancarella “du siminzaru” è il signor Giuseppe Accomando che regolarmente vince il primo premio.

Resistono i carrettini ambulanti trascinati a mano o le motoape, si ritrovano per le strade, alcuni hanno il “posto” fisso in determinati quartieri altri girano soprattutto in particolari giorni d’aria di festa, poiché è parte integrante del tempo libero e delle rappresentazioni religiose.

Con le ruote gommate, apparati con palloncini e bandierine di carta colorata e piccole istorature tinteggiate, immancabilmente è presente la figura di un Santo o della Madonna o il Sacro cuore di Gesù, posti a protezione di un cospicuo guadagno.

Sul tavoliere diviso a scomparti si troverà la “calia e simenza” e altri prodotti assimili, il seme di zucca salato e tostato è di tipo industriale, si perché la concorrenza è arrivata pure in questo settore, ormai viene venduta dalle aziende già confezionata nei supermercati, minacciando di far scomparire questa figura e mestiere.

Una volta la produzione di “simienza” si lavorava al “naturale”, i semi di zucca rossa che si raccoglievano nelle campagne dopo che si erano vendute le zucche per la confettura si stendevano al sole “no chianu”, in città luoghi preposti per questo genere di lavoro erano “ù chianu da Marina”, quello di Santu Nofriu o quello dell’Ammaciuni (alla Magione).

Alla sua stesura si procedeva nella scopata del marciapiede individuato, si spargeva e si rimestava con una pala di tanto in tanto, alla sera si ritirava e si poneva in sacchi di “juta”.

Dopo diversi giorni, dall’esposizione al sole, si raccoglieva e si salava con sale fino per produrre un tipo “salato”, quella senza sale (“grevia”), andava dopo l’asciugatura, riversata in commercio in sacchetti caratteristici.

Il suo binomio è la “calia” da cui deriva il sostantivo “caliari” abbrustolire, pratica ebrea di torrefare, ovvero da calore alcune pietanze tipo il pane, in questo caso i ceci, molto cari ai francesi, acquistati dai grossisti già secchi, al siminzaru non resta che tostarli.

Con il termine “calia” i palermitani quando debbono dare dell’ignorante ad una persona lo abbreviano dicendoci “gnuranti comi à calia”.

Per preparare la sua tostatura è necessario che si fornisca di un grosso pentolone “ù caliaturi” recipiente adatto per abbrustolire, dove vengono inserite sabbia e sale, il fuoco procurerà a riscaldare questo miscuglio e, quando è abbastanza caldo, vengono introdotti i ceci che il siminzaru provvederà alla “caliatura” con continui rimescolamenti finché si creerà una patina bianca sul cece e, tutto sarà pronto.

Nello stesso modo vengono preparate le fave abbrustolite “caliate”, alla fine si aggiungeva dell’olio d’oliva per dagli lucentezza.

Questo genere di merce è stata eliminata per via della loro sodezza, in quanto qualcuno si preoccupava per i denti, alcuni ancora li tengono solo per il piacere di non fare perdere la tradizione.

Nei tempi antichi, il venditore di semi tostati gridava (abbanniava) “simienza”, era l’unico passatempo che i ragazzi gradivano “all’opra” (il teatrino dei pupi) tra una scena e l’altra, giravano con delle ceste di vimini divisa in quattro scompartimenti e con tanto di manici, accompagnati da un ragazzo, “u picciutteddu” che si destreggiava tra la folla per accontentare gli avventori o per strada esaltavano la loro merce con una esuberante illustrazione: “caura è, caura ci l’aiu”, i viandanti al suo richiamo si sentivano attratti e facilmente acquistavano.

Nei giorni di festa o per il “festino di Santa Rosalia”, come riferisce il Pitrè, si trasformava in una specie di modello di barca o vapore con tanto di vele, bandierine e bubbole di carta colorata.

Cose di altri tempi che fanno piacere ricordare, ma la cosa che più dispiace che questo vecchio passatempo sta per scomparire, ma no nei sentimenti di noi palermitani.